Broncopneumopatia cronica ostruttiva: vediamo cos’è

Per la broncopneumopatia cronica ostruttiva, con l’inverno, arriva il momento più duro dell’anno.

Broncopneumopatia cronica ostruttiva arriva l’inverno

Non tanto perché le temperature si abbassano, quanto piuttosto perché si accende il riscaldamento, spesso eccessivo.

E sono proprio le temperature interne elevate, alternate a quelle fredde esterne, a peggiorare sensibilmente la capacità polmonare già compromessa nei malati di broncopneumatia cronica ostruttiva (BPCO).

Che cos’è la broncopneumopatia cronica ostruttiva

La broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) è una malattia dell’apparato respiratorio. E’ caratterizzata da un’ostruzione irreversibile delle vie aeree, di entità variabile a seconda della gravità.

La malattia (nota in inglese come COPD, Chronic obstructive pulmonary disease) è solitamente progressiva. Cioè continua lentamente a peggiorare. E’ associata a uno stato di infiammazione cronica del tessuto polmonare.

Infezione in molti casi caratterizzata da un numero importante di eosinofili.

Queste cellule possiedono il recettore per le immunoglobuline IgE. Svolgono un’azione nelle reazioni allergiche e nella difesa da parassiti ed elminti.

La conseguenza a lungo termine di questa infiammazione cronica è un vero e proprio rimodellamento dei bronchi. Che provoca una riduzione consistente della capacità respiratoria fino all’insufficienza respiratoria.

L’insufficienza respiratoria è l’incapacità del sistema respiratorio (e non del solo polmone) di assicurare un adeguato assunzione di ossigeno e di eliminare una adeguata quantità di CO2, anidride carbonica, prima sotto sforzo o poi anche a riposo.

I soggetti ammalati di broncopneumopatia cronica ostruttiva presentano una importante  predisposizione alle infezioni respiratorie di origine virale, batterica o fungina.

Non esiste al momento una cura efficace, ma sono disponibili diversi trattamenti per controllare i sintomi e per evitare pericolose complicanze.

Fondamentale è invece la prevenzione, per ridurre al minimo i fattori di rischio (fumo di sigaretta in primis).

Quanto è diffusa

In tutto il mondo, la broncopneumopatia cronica ostruttiva colpisce 329 milioni di persone. Quasi il 5% della popolazione mondiale. Nel maggio 2014 è stata classificata come la terza causa di morte al mondo. Essendo responsabile di oltre 3 milioni di decessi.

La la broncopneumopatia cronica ostruttiva è una condizione in costante aumento negli ultimi anni sia in termini di incidenza sia di mortalità. Ci sono più casi a causa di fumo e condizioni ambientali sfavorevoli.

Mentre la mortalità cresce nonostante la disponibilità delle terapie perché i pazienti non vengono diagnosticati. Inoltre spesso chi prende le medicine lo fa in maniera discontinua. Infatti sono soprattutto gli anziani ad essere affetti da questa malattia.

I fattori di rischio

Esistono diversi fattori di rischio, alcuni individuali, altri di origine ambientale.

Tra i fattori individuali, ci sono molti geni che si ritiene possano essere associati all’insorgenza della broncopneumopatia cronica ostruttiva.

Al momento, i dati più significativi in proposito sono quelli relativi al deficit di alfa1-antitripsina, una condizione ereditaria piuttosto rara. Caratterizzata dalla carenza di questa proteina epatica che normalmente protegge i polmoni.

Ci sono poi alcune patologie respiratorie complesse che possono contribuire allo sviluppo della malattia, in particolare l’asma e l’ipersensibilità bronchiale.

Fumo di sigaretta

Tra i fattori ambientali, numerosi studi indicano che il principale fattore di rischio per lo sviluppo della broncopneumopatia cronica ostruttiva è il fumo di tabacco, in particolare quello di sigaretta (meno quello di sigaro e pipa), che accelera e accentua il decadimento naturale della funzione respiratoria.

Anche il fumo passivo può contribuire parzialmente allo sviluppo della malattia, in quanto favorisce l’inalazione di gas e particolato.

Gioca un ruolo determinante anche l’esposizione a polveri, sostanze chimiche, vapori o fumi irritanti all’interno dell’ambiente di lavoro (per esempio silice o cadmio).

Inquinamento dell’aria

Altri fattori di rischio, seppure meno influenti, associati allo sviluppo della broncopneumopatia cronica ostruttiva sono l’inquinamento dell’aria.

Non solo quello atmosferico causato da smog e polveri sottili, ma anche quello presente all’interno degli ambienti chiusi (provocato dalle emissioni di stufe, apparecchi elettrici, impianti di aria condizionata ecc.).

Infezioni respiratorie come bronchiti, polmoniti e pleuriti possono predisporre infine al deterioramento dei bronchi.

I sintomi

Prima della diagnosi, i due sintomi principali della broncopneumopatia cronica ostruttiva sono la tosse e la dispnea (respiro difficoltoso), qualche volta accompagnati da respiro sibilante.

Spesso la tosse è cronica, più intensa al mattino e caratterizzata dalla produzione di muco. La dispnea compare gradualmente nell’arco di diversi anni e nei casi più gravi può arrivare a limitare le normali attività quotidiane.

In genere, queste persone sono soggette a infezioni croniche dell’apparato respiratorio. Queste possono occasionalmente provocano un peggioramento della sintomatologia respiratoria. Con il progredire della malattia questi episodi tendono a divenire sempre più frequenti.

La diagnosi

Il principale strumento diagnostico per la broncopneumopatia cronica ostruttiva è la spirometria, che permette di misurare la capacità del polmone di respirare in modo normale o alterato.

La malattia è stata classificata in quattro diversi livelli di gravità:

  • stadio 0: soggetto a rischio, che presenta tosse cronica e produzione di espettorato. La funzionalità respiratoria risulta ancora normale alla spirometria
  • stadio I: malattia lieve, caratterizzata da una leggera riduzione della capacità respiratoria
  • stadio II: malattia moderata, caratterizzata da una riduzione più consistente della capacità respiratoria e da dispnea in caso di sforzo
  • stadio III: malattia severa caratterizzata da una forte riduzione della capacità respiratoria oppure dai segni clinici di insufficienza respiratoria o cardiaca

Gestire la malattia

Non esiste una cura efficace per la BPCO che consenta di ripristinare la funzionalità respiratoria perduta.

Esistono comunque tutta una serie di trattamenti per gestire la malattia e consentire di raggiungere i seguenti obiettivi:

  • prevenire la progressione della malattia
  • ridurre i sintomi
  • migliorare la capacità sotto sforzo
  • migliorare lo stato di salute generale
  • prevenire e trattare le complicanze
  • prevenire e trattare l’aggravarsi della malattia
  • ridurre la mortalità

Di farmaci per il trattamento della BPCO ce ne sono molti, per lo più di due categorie:

  1. quelli che dilatano i bronchi
  2. quelli che agiscono sull’infiammazione

Sono somministrati a secondo della gravità dei sintomi della malattia anche in combinazione.

I farmaci più indicati sono i broncodilatatori, somministrati per via inalatoria, che sono in grado di dilatare le vie aeree e garantire così il maggior flusso possibile di aria.

In caso di forme gravi o acute, si possono usare antinfiammatori potenti come cortisone e suoi derivati. Evitandone però l’uso prolungato a causa dei pesanti effetti collaterali.

Ai pazienti si raccomanda anche di vaccinarsi regolarmente contro malattie come l’influenza o la polmonite da pneumococchi. Che potrebbero aggravare una funzionalità polmonare già fortemente compromessa.

Ricordiamo che la maggior parte dei malati è in età avanzata. Questo, combinato alla complessità della terapia – che può arrivare a mettere insieme tre diversi inalatori, ognuno con un meccanismo diverso – fa sì che almeno il 40% dei pazienti non segua le indicazioni del medico.

Perché si dimentica di prendere le medicine o lo fa in maniera errata, vanificando l’effetto. La semplificazione della terapia è uno degli obiettivi della ricerca.

Ossigenoterapia

Accanto ai farmaci, esistono altre possibilità terapeutiche, come per esempio l’ossigenoterapia, ovvero la somministrazione di ossigeno puro.

La ventilazione meccanica, che supplisce all’insufficiente attività respiratoria. Inoltre ai pazienti viene consigliato di controllare il peso, per non affaticare ulteriormente il sistema respiratorio. Di praticare una serie di esercizi specifici per tenere in attività i muscoli del respiro.

La nuova terapia

Per le forme gravi possiamo ricorrere a un anticorpo monoclonale che riduce molto le riacutizzazioni e ha permesso per la prima volta di personalizzare la terapia in questi pazienti.

Il farmaco si chiama benralizumab è un anticorpo monoclonale per il trattamento dell’asma grave. Esso agisce contro il recettore dell’interleuchina 5 presente sugli eosinofili.

Nell’asma a forte componente allergica la cascata infiammatoria è guidata da alcune molecole, tra cui l’interleuchina 5. Se si agisce su questa molecola si induce una diminuzione sostanziale degli eosinofili nel sangue dei pazienti. Segno che l’infiammazione è sotto controllo.

Alcuni studi stanno dimostrando che la somministrazione di benralizumab in pazienti con asma grave riduce le riacutizzazioni della malattia, contrariamente ai farmaci standard.

Un meccanismo potente che mantiene la sua azione del tempo. Le ricerche dimostrano che per ottenere i risultati basta somministrare il farmaco una volta a settimana per 1 mese e poi una volta ogni due mesi.

I risultati delle sperimentazioni hanno indotto i ricercatori a capire se l’effetto può essere replicato anche nei pazienti con BPCO in cui gli eosinofili sono molto espressi. Un gruppo particolare di malati per cui sarebbe possibile mettere così a punto un trattamento davvero mirato.

I risultati sono molto incoraggianti.


Se clicchi sulle frasi azzurre sottolineate si apre un link.
Se hai trovato interessante questo articolo condividilo oppure

Lascia commenti ed idee sul post