Oscar e la dama in rosa: consigliato veramente a tutti

Oscar e la dama in rosa: novanta pagine che consiglio a tutti.

Oscar e la dama in rosa consigliato veramente a tutti

Oscar e la dama in rosa è un romanzo piccolo, insomma sono solo 90 pagine. Ma un grande romanzo non si misura dal numero di pagine.

Il libro parla di Oscar, un ragazzo di dieci anni ma la cui vita sta già per finire. Oscar è malato. La leucemia lo sta uccidendo, i medici non riusciranno a salvarlo. E lui lo sa.

Consapevole della gravità della propria malattia vorrebbe parlarne con gli adulti. Però sia il proprio medico che i genitori evitano i discorsi sulla sofferenza perché la temono.

Riceve la visita di una volontaria, un’anziana signora, Nonna Rosa, che stringe con lui un formidabile legame d’affetto. Nonna Rosa (la dama in rosa) propone un gioco.

Un giorno per dieci anni. Oscar farà finta di vivere dieci anni in un solo giorno.

Oscar accetta e si immagina di vivere a vent’anni, trenta, quaranta…

In tal modo attraversa prima di morire tutte le fasi della vita: dalla giovinezza all’età adulta fino alla vecchiaia.

Scrive ogni giorno una lettera a Dio in cui racconta le avventure e le esperienze di dieci anni. Così come le fantasie e le paure, i rapporti con i genitori e i medici.

L’amore per Peggy Blue, una bambina ricoverata nello stesso ospedale. Questo piccolo libro è composto da dieci lettere, dieci giorni in cui si concentra la vita di Oscar.

Giorni scapestrati e poetici, pieni di personaggi buffi e commoventi. Nascono in lui nuovi sentimenti e si riconcilia con i suoi genitori.

Nell’arco di dieci giorni la vita del piccolo si spegne ma, essendo vissuto fino a centodieci anni, è sazio di giorni.

I temi principali trattati nel libro sono la vita, la morte e l’amore.

Basta entrare in un reparto pediatrico di oncoematologia per incontrare tanti Oscar.

Si parla della consapevolezza. Di come i bambini capiscono molto più di quel che si possa pensare. Di come amano che chiedono che gli si parli molto francamente.

Solo conoscendo queste realtà molto difficili si può mettere ordine nei valori della vita.

Un consiglio per tutti: leggetelo.

Un frammento di poesia

Caro Dio,
mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo.

Ti avverto subito: detesto scrivere. Bisogna davvero che ci sia obbligato. Perché scrivere è soltanto una bugia che abbellisce la realtà. Una cosa da adulti.

La prova? Per esempio, prendi l’inizio della mia lettera: «Mi chiamo Oscar, ho dieci anni, ho appiccato il fuoco al gatto, al cane, alla casa (credo persino di aver arrostito i pesci rossi) ed è la prima lettera che ti mando perché finora, a causa dei miei studi, non ho avuto tempo».

Avrei potuto esordire dicendo: «Mi chiamano Testa d’uovo, dimostro sette anni, vivo all’ospedale a causa del cancro e non ti ho mai rivolto la parola perché non credo nemmeno che tu esista».

Ma se ti scrivo una roba del genere, fa un brutto effetto e ti interesseresti meno a me. E io ho bisogno che t’interessi.
Inoltre mi farebbe comodo che tu avessi il tempo di farmi due o tre piaceri.

Ti spiego.
L’ospedale è un posto strasimpatico, con un sacco di adulti di buon umore che parlano forte, con un mucchio di giocattoli e di signore in rosa che vogliono divertirsi con i bambini, con amichetti sempre disponibili come Bacon, Einstein o Pop Corn, insomma.

L’ospedale è molto gradevole se sei un malato gradito.
Io non faccio più piacere.

Da quando sono stato sottoposto al trapianto di midollo osseo, sento proprio che non faccio più piacere.
Quando il dottor Dusseldorf mi visita, la mattina, lo fa di malavoglia, lo deludo.

Mi guarda senza dire nulla, come se avessi commesso un errore.
Eppure ho affrontato con impegno l’operazione. Sono stato bravo, mi sono lasciato addormentare, ho avuto male senza gridare, ho preso tutte le medicine.

Certi giorni ho voglia di insultarlo, di dirgli che è stato forse lui, il dottor Dusseldorf, con le sue sopracciglia nere, a sbagliarla, l’operazione.

Ma ha un’aria talmente infelice che gli insulti mi restano in gola.

Più il dottor Dusseldorf tace con il suo sguardo sconsolato, più mi sento colpevole.

Ho capito che sono diventato un cattivo malato, un malato che impedisce di credere che la medicina sia straordinaria.

Il pensiero di un medico è contagioso.

Adesso tutto il piano, le infermiere, gli interni e le donne delle pulizie mi guardano nello stesso modo. Hanno l’aria triste quando sono di buon umore; si sforzano di ridere quando racconto una storiella. È vero, non ridono più come prima.

Solo Nonna Rosa non è cambiata. Secondo me, è comunque troppo vecchia per cambiare. E poi è anche troppo Nonna Rosa.

Nonna Rosa non te la presento, Dio, è una tua buona amica, visto che è stata lei a dirmi di scriverti.

Il problema è che sono l’unico a chiamarla Nonna Rosa.

Dunque, devi fare uno sforzo per capire di chi parlo: fra le signore in camice rosa che vengono da fuori a passare del tempo con i bambini malati, è la più vecchia di tutte.

«Quanti anni ha, Nonna Rosa?»
«Riesci a tenere a mente i numeri con tredici cifre, Oscar?»
«Oh! Lei esagera!»
«No. Qui non devono assolutamente sapere la mia età, altrimenti mi cacciano e non ci vedremo più.»
«Perché?»
«Sono qui di contrabbando. C’è un’età limite per essere una signora in rosa. E io l’ho superata abbondantemente.»
«È scaduta?»
«Sì.»
«Come uno yogurt?»
«Sss!»
«O. K.! Non dirò nulla.»

È stata davvero coraggiosa a confessarmi il suo segreto. Ma con me ha avuto fortuna. Sarò muto anche se trovo strano, viste tutte le rughe simili a raggi di sole che ha attorno agli occhi, che a nessuno sia venuto il sospetto.
Un’altra volta sono venuto a conoscenza di un altro suo segreto e così sono sicuro, Dio, che potrai identificarla.

Passeggiavamo nel parco dell’ospedale e lei ha pestato una cacca.
«Merda!»
«Nonna Rosa, ma che brutte parole dice!»
«Oh, ragazzino, lasciami in pace! Parlo come voglio.»
«Oh, Nonna Rosa!»
«E muovi le chiappe. Stiamo passeggiando, non facendo una corsa di lumache.»
Quando ci siamo seduti su una panchina per succhiare una caramella, le ho chiesto: «Com’è che parla così male?»
«Deformazione professionale, piccolo mio. Nel mio mestiere ero fottuta se avevo un vocabolario troppo delicato.»
«E che mestiere faceva?»
«Non mi crederai…»
«Le giuro di sì.»
«Lottatrice di catch.»
«Non le credo!»
«Lottatrice di catch! Mi avevano soprannominata la Strangolatrice del Languedoc.»

Da quel momento, quando ho una botta di tristezza e Nonna Rosa è sicura che nessuno può sentirci, mi racconta i suoi grandi tornei: la Strangolatrice del Languedoc contro la Macellaia del Limousin. La sua lotta per vent’anni contro la Diabolica Sinclair, un’olandese che aveva delle granate al posto delle tette. E soprattutto la vittoria della coppa del mondo contro Ulla- Ulla, detta la Cagna di Bùchenwald. Che non era mai stata battuta, nemmeno da Cosce di Acciaio, il grande modello di Nonna Rosa quando era lottatrice.

I suoi combattimenti mi fanno sognare, perché immagino la mia amica sul ring com’è adesso, una vecchietta in camice rosa un poco traballante, intenta a dare un sacco di botte a delle orchesse in costume da bagno.

Ho l’impressione di essere io.

Divento il più forte. Mi vendico.

Dio, se con tutti questi indizi non indovini chi è Nonna Rosa, o la Strangolatrice del Languedoc, allora devi smettere di essere Dio e andare in pensione. Sono stato chiaro?

Torno ai fatti miei.

Insomma, il mio trapianto ha molto deluso qui.

Anche la mia chemio deludeva, ma era meno grave finché c’era la speranza del trapianto.

Adesso ho l’impressione che i medici non sappiano più che cosa proporre, e che mi considerino un caso pietoso.

Il dottor Dùsseldorf, che la mamma trova così bello, anche se per me è un po’ forte di sopracciglia, ha l’aria sconsolata di un Babbo Natale che non abbia più regali nella sua gerla.

L’atmosfera si deteriora. Ne ho parlato al mio amico Bacon. Per la verità non si chiama Bacon,  ma Yves.

Lo abbiamo chiamato Bacon perché gli si addice molto di più, visto che è un grande ustionato.

«Bacon, ho l’impressione che i medici non mi vogliano più bene. Li deprimo.»
«Figurati, Testa d’uovo! I medici sono tosti. Progettano sempre un sacco di operazioni da farti. Io ho calcolato che me ne hanno promesse almeno sei.»
«Forse li ispiri.»
«Probabilmente.»
«Ma perché non mi dicono semplicemente che morirò?»
Allora Bacon ha fatto come tutti all’ospedale: è diventato sordo.

Se dici «morire» in un ospedale, nessuno sente.

Puoi star sicuro che ci sarà un vuoto d’aria e che si parlerà d’altro. Ho fatto la prova con tutti. Tranne con Nonna Rosa.

Allora stamattina ho voluto vedere se anche lei in quel momento diventava dura d’orecchi.
«Nonna Rosa, ho l’impressione che nessuno mi dica che morirò.»
Mi ha guardato. Avrebbe reagito come gli altri?

Per favore, Strangolatrice del Languedoc, resisti e conserva l’udito!
«Perché vuoi che te lo dicano se lo sai già, Oscar?»
Uffa, ha sentito.
«Ho l’impressione, Nonna Rosa, che abbiano inventato un ospedale diverso da quello che esiste veramente. Fanno come se si venisse all’ospedale solo per guarire. Mentre ci si viene anche per morire.»
«Hai ragione, Oscar. E credo che si commetta lo stesso errore per la vita. Dimentichiamo che la vita è fragile, friabile, effimera. Facciamo tutti finta di essere immortali.»
«È fallita la mia operazione, Nonna Rosa?»

Nonna Rosa non ha risposto. Era il suo modo di dire di sì. Quando è stata sicura che avevo capito, si è avvicinata e mi ha chiesto, in tono supplichevole: «Non ti ho detto nulla, naturalmente. Me lo giuri?».
«Giuro.»
Abbiamo taciuto un momentino per riflettere un po’.
«E se scrivessi a Dio, Oscar?»
«Ah no, non lei, Nonna Rosa!»
«Cosa, non io?»
«Non lei! Credevo che non fosse bugiarda.»
«Ma non ti dico bugie…»
«Allora perché mi parla di Dio? Mi hanno già raccontato la frottola di Babbo Natale. Una volta basta!»
«Oscar, non c’è alcun rapporto fra Dio e Babbo Natale.»
«Sì. È la stessa cosa. Ti riempiono la testa di tutt’e due!»
«Immagini che io, una ex lottatrice di catch con centosessanta tornei vinti su centosessantacinque, di cui quarantatré per K. O., la Strangolatrice del Languedoc, possa credere per un attimo a Babbo Natale?»
«No.»
«Beh, io non credo a Babbo Natale ma credo in Dio. Ecco.»

Ovviamente, detto così, cambiava tutto.
«E perché dovrei scrivere a Dio?»
«Ti sentiresti meno solo.»
«Meno solo con qualcuno che non esiste?»
«Fallo esistere.»
Si è chinata verso di me.
«Ogni volta che crederai in lui, esisterà un pò di più. Se persisti, esisterà completamente. Allora, ti farà del bene.»
«Che cosa posso scrivergli?»
«Confidagli i tuoi pensieri. I pensieri che non dici sono pensieri che pesano, che si incrostano, che ti opprimono, che ti immobilizzano, che prendono il posto delle idee nuove e che ti infettano. Diventerai una discarica di vecchi pensieri che puzzano, se non parli.»
«O. K.»
«E poi, a Dio puoi domandare una cosa al giorno. Attenzione! Una sola.»
«E una nullità, il suo Dio, Nonna Rosa. Aladino aveva diritto a tre desideri con il genio della lampada.»
«Un desiderio al giorno è meglio di tre in una vita, no?»
«O. K. Allora posso ordinargli tutto? Giocattoli, caramelle, un’auto…»
«No, Oscar. Dio non è Babbo Natale. Puoi chiedere solo cose dello spirito.»
«Esempio?»
«Esempio: del coraggio, della pazienza, dei chiarimenti.»
«O. K. Capisco.»
«E puoi anche, Oscar, suggerirgli dei favori per gli altri.»
«Non esageriamo, Nonna Rosa, un desiderio  al giorno me lo tengo per me!»

Ecco. Allora Dio, in occasione di questa prima lettera, ti ho mostrato un pò il genere di vita che conduco qui, all’ospedale, dove adesso mi considerano come un ostacolo alla medicina, e mi piacerebbe chiederti un chiarimento: guarirò?

Rispondi di sì o di no. Non è molto complicato. Sì o no. Ti basta cancellare la menzione inutile.

A domani, baci,
Oscar.

P. S. Non ho il tuo indirizzo: come faccio?

Éric-Emmanuel Schmitt

L’autore è Éric-Emmanuel Schmitt (Sainte-Foy-lès-Lyon, 28 marzo 1960) drammaturgo e scrittore francese. Le sue pièces teatrali sono tra le più rappresentate sui palcoscenici di tutta Europa.

Di origini franco-irlandesi, nonostante i genitori fossero entrambi degli sportivi, ha preferito dedicarsi agli studi letterari, diplomandosi al conservatorio di Lione. Qui ha coltivato i suoi due principali interessi: la musica e la filosofia. Dopodiché, nel 1983, si è laureato con la tesi “Diderot e la metafisica” all’École Normale Supérieure de la rue d’Ulm.

Nel 1991 ha intrapreso la sua attività come drammaturgo, tuttora in corso e a cui, nel frattempo, ha affiancato quelle di saggista e romanziere. La sua commedia Il visitatore ha vinto, nel 1993, tre Premi Molière: “Rivelazione teatrale”, “Miglior autore”, “Miglior spettacolo di teatro privato”.
Oscar e la dama in rosa (Oscar et la dame rose) è stato pubblicato nel 2002 ed è uscito in Italia l’anno seguente.


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