Cervello: invecchiamento e demenza, preveniamoli

L’invecchiamento del nostro cervello può essere attivamente rallentato.

Cervello invecchiamento e demenza, preveniamoli

Infatti con il progressivo allungamento della vita media stanno assumendo sempre maggiore importanza le problematiche correlate all’invecchiamento. Tra queste, i disturbi intellettivi e del comportamento.

Vi è a tutt’oggi nell’opinione pubblica una grande confusione. Da un lato molti sottovalutano ancora il problema. Attribuendo alla senilità quei mutamenti che, invece, dovrebbero allarmare perché espressione di malattia.

Dall’altro, alcuni cominciano a sopravvalutare il problema. Cresce infatti nella popolazione anziana il timore di andare incontro alla demenza. Confondendo il normale indebolimento di alcune funzioni mentali con i sintomi propri di questa malattia.

Va sottolineato come l’invecchiamento non è sinonimo di demenza.

Come e perché invecchia il cervello?

Per un processo denominato apoptosi, cioè morte cellulare programmata, le cellule del cervello (i neuroni), a partire dai 30 anni, cominciano a degenerare (ovvero morire). Dai 30 ai 75 anni il cervello arriva a perdere fino al 10% del suo peso. Fino al 20% del suo rifornimento di sangue.

Non solo, ma con l’invecchiamento si osserva anche una riduzione delle sinapsi (cioè delle connessioni tra i neuroni). La comparsa di alcune alterazioni della struttura cerebrale le placche senili e i grovigli neurofibrillari.

Come sono le funzioni mentali dell’anziano sano?

A partire dalla settima e ottava decade di vita e in maniera più accentuata dopo la nona, si verifica un progressivo e graduale indebolimento di alcune funzioni mentali.

Un esempio è rappresentato dal declino della memoria. Disturbo spesso accusato dalle persone anziane, anche in condizioni di normale efficienza funzionale.

L’invecchiamento si accompagna anche ad una riduzione nella velocità di elaborare le informazioni. Ad una diminuita efficienza dell’intelligenza fluida (la capacità di risolvere nuovi problemi). Viene risparmiata, invece, l’intelligenza cristallizzata (l’esperienza).

Compaiono infine alcuni cambiamenti nel comportamento. Ad esempio, l’“irrigidimento” del carattere. L’eccessiva preoccupazione per fatti di relativa poca importanza. Espressioni di una diminuita capacità di adattamento all’ambiente.

In sintesi, con l’avanzare dell’età è normale non ricordare un numero di telefono. Il nome di una persona nota. Non avere più i riflessi pronti come in passato. Sebbene questi effetti dell’età possano impensierire, tuttavia essi esprimono un processo naturale. Sono compatibili con una vita autonoma e normale.

Invecchiamo tutti allo stesso modo?

E’ esperienza comune constatare che non tutti invecchiamo allo stesso modo.

In alcuni soggetti, con l’avanzare dell’età compaiono disturbi intellettivi, a carico di linguaggio, memoria, orientamento.

Disturbi comportamentali di gravità tale da determinare la perdita di autonomia anche negli atti più semplici della vita quotidiana.

In questi casi non si tratta più di invecchiamento normale. Parliamo in questo caso di malattie del cervello, denominate demenze.

Queste colpiscono il 6 % circa della popolazione mondiale con più di 65 anni. Circa 25 milioni di persone.

La forma più comune di demenza è la malattia di Alzheimer. In questa malattia si verificano le stesse alterazioni della struttura cerebrale dell’invecchiamento normale (le placche senili e i grovigli neurofibrillari) ma in numero maggiore.

Che cos’è la demenza?

Il termine “demenza” indica un’insieme di disturbi che si manifestano contemporaneamente.

La sindrome demenziale è caratterizzata da:

  • disturbi cognitivi  a carico cioè di funzioni quali la memoria, il ragionamento, il linguaggio, l’orientamento
  • disturbi comportamentali a carico, cioè, della sfera emotiva e della capacità di rapportarsi correttamente alla realtà e alle altre persone
  • disturbi somatici a carico, cioè, di alcune funzioni dell’organismo (soma) quali i ritmi sonno veglia, fame-sazietà e la capacità di controllare l’emissione di urina

Molte sono le condizioni che causano la sindrome demenziale: ecco perché è più corretto parlare di “demenze”.

Esse hanno come denominatore comune il progressivo declino delle facoltà mentali.

La cui gravità deve essere tale da rendere la persona malata incapace di svolgere come prima le proprie occupazioni quotidiane.

La riduzione di autonomia del malato e la sua necessità di assistenza sono, dunque, requisiti indispensabili per la diagnosi di qualunque forma di demenza.

Quali sono le demenze più comuni?

Si distinguono (vedi immagine):

Demenze degenerative:sono caratterizzate da un anormale aumento, per cause non ancora note, del processo di apoptosi neuronale (morte cellulare programmata), di cui abbiamo già parlato nel capitolo dedicato all’invecchiamento fisiologico.

Tra le demenze degenerative la malattia di Alzheimer è la più frequente e rende conto di più del 50% dei casi di demenza. La seconda forma, in ordine di frequenza, è la demenza a corpi di Lewy; più rara infine, è la demenza frontotemporale.

Demenze vascolari: il meccanismo che le determina è il ripetersi di “ictus” cioè lesioni del cervello conseguenti ad alterata circolazione del sangue. A differenza delle demenze degenerative, alcune cause delle demenze vascolari sono note: aumento della pressione arteriosa, diabete, aterosclerosi dei vasi del collo, alcune malattie cardiache, alcune malattie del sangue.

Demenze miste: scaturiscono dall’associazione (non infrequente!) delle due problematiche sopra illustrate.

Le demenze sono malattie ereditarie?

E’ opportuno distinguere il concetto di ereditarietà da quello di suscettibilità genetica.
Con il primo si intende il fatto che una malattia sia causata da anomalie (mutazioni) del DNA che vengono trasmesse di genitore in figlio. L’ereditarietà è diversa nei differenti tipi di demenza.

La demenza frontotemporale è quella in cui l’ereditarietà gioca un ruolo maggiore. Dovuta alla presenza di mutazioni a livello del cromosoma 17. Non sono invece note mutazioni genetiche responsabili dell’insorgenza della malattia a corpi di Lewy.

La malattia di Alzheimer è assai raramente ereditaria. Una percentuale inferiore all’1% dei casi è dovuto a mutazione dei geni della Presenilina 1 sul cromosoma 14, della Presenilina 2 sul cromosoma 1 e della proteina precursore dell’amiloide sul cromosoma 21.

La ricerca genetica rivolge attualmente grande attenzione allo studio dei geni di suscettibilità. Con questo termine si intende che esistono dei geni che regolano la probabilità di insorgenza delle malattie.

Ciò che si eredita in questo caso dai propri genitori, non è la causa di una malattia, come visto prima. Ma il rischio di sviluppare la malattia.

Per ammalarsi non è tuttavia sufficiente la predisposizione genetica. E’ infatti necessaria l’interazione tra questa e fattori ambientali. I geni di suscettibilità spiegano il concetto di “familiarità”. Comune a molte malattie, quali l’ipertensione, le malattie cardiovascolari, i tumori e anche le demenze.

Ciascuno di noi ha più probabilità di sviluppare le malattie di cui si sono ammalati i nostri genitori o i nostri nonni.
Nel caso della malattia di Alzheimer l’analisi dei geni di suscettibilità è confinata nel settore della ricerca scientifica e non viene impiegata nella pratica clinica.

A quale età ci si può ammalare ? Quanto dura la malattia?

L’esordio della demenza avviene ad un’età variabile. Si suole distinguere forme più rare ad esordio precoce (prima dei 65 anni). Forme più comuni ad esordio tardivo (dopo i 65 anni). Le due forme presentano i medesimi disturbi. Benché quelle ad esordio precoce sviluppino spesso un andamento più rapido e tumultuoso.

Il decorso complessivo della malattia si svolge in un arco di tempo variabile da soggetto a soggetto. In base alla tipologia di demenza. Compreso generalmente tra 2 e 20 anni. La durata più frequente si aggira tra i 10 e i 12 anni.

I primi sintomi

L’esordio è frequentemente subdolo. I familiari notano dei cambiamenti nel proprio congiunto. Spesso non li attribuiscono ad un problema di salute. Bensì a “stress” o agli effetti dell’età.

Altre volte i disturbi sembrano presentarsi all’improvviso in concomitanza di un evento stressante. Un intervento chirurgico, un lutto familiare, cui i familiari tendono ad attribuire la causa della malattia. In realtà queste evenienze costituiscono solo il fattore precipitante di una condizione cerebrale preesistente.

Il malato, dal canto suo, non sembra essere consapevole di tali cambiamenti. Ciò costituisce di per sé una manifestazione della malattia.

Ecco gli indicatori più comuni dell’inizio della malattia:

  • formulare ripetutamente le stesse domande
  • dimenticare eventi avvenuti di recente
  • perdere il “filo del discorso”
  • essere incapaci di portare a termine compiti abituali(quali seguire una ricetta di cucina)
  • perdere la capacità di pensare in modo astratto
  • sbagliare nel riporre gli oggetti (ad esempio mettere un indumento nel frigorifero)
  • essere incapaci a mantenere la concentrazione
  • sbagliare la data
  • essere incapaci a ritrovare la strada su un percorso noto
  • essere irrispettosi delle regole sociali, mettendo in difficoltà i presenti
  • perdere interessi ed iniziativa
  • presentare improvvisi e immotivati cambiamenti d’umore apparire “giù di morale”.

In questa fase il paziente può essere ancora autonomo. Potrebbe continuare a lavorare, guidare e occuparsi delle proprie mansioni abituali. tende però a compiere alcuni errori, che dovrebbero rappresentare il “campanello d’allarme”.

La progressione

I disturbi progressivamente si aggravano. Configurando un quadro di evidente malattia che induce i familiari a consultare un medico.

Elenchiamo i disturbi più frequenti:

  • presentare gravi dimenticanze, quali la pentola sul fuoco o il gas acceso
  • presentare disturbi del linguaggio quali incapacità a trovare le parole, che vengono sostituite da perifrasi (ad esempio “quella che serve per scrivere” al posto di “matita”) o da parole passe-par-tout (“il coso”, “la cosa”)
  • perdere la capacità di leggere e di scrivere
  • divenire incapace di comprendere ciò che viene detto
  • divenire aggressivo verbalmente o fisicamente
  • divenire disinibito, manifestando comportamenti inadeguati in pubblico
  • manifestare ansia ed agitazione
  • presentare allucinazioni visive ( cioè vedere cose che non esistono) o uditive (cioè udire voci o suoni inesistenti)
  • presentare deliri (cioè pensare cose che non corrispondono al vero)
  • essere continuamente “affaccendato” senza una precisa finalità (ad esempio spostando continuamente un oggetto da un luogo ad un altro senza apparente motivo)
  • divenire insonne la notte o, viceversa, dormire durante il giorno in orari non abituali

Sul piano funzionale, in questa fase il paziente non è più indipendente e necessita di continua supervisione. Mantiene, tuttavia, un’autonomia nelle attività di base (igiene personale, alimentazione, abbigliamento…).

Infine, la fase terminale è caratterizzata da gravi disturbi:

  • perdita completa della memoria
  • incapacità ad esprimersi e comprendere ciò che viene detto
  • difficoltà nel riconoscere i propri familiari
  • difficoltà nel riconoscere il proprio volto allo specchio
  • difficoltà di movimento
  • disturbi di equilibrio, che causa cadute a terra
  • incapacità a vestirsi, a lavarsi, ad utilizzare il gabinetto
  • incapacità a controllare l’emissione di urina e di feci (incontinenza)
  • difficoltà a deglutire e ad alimentarsi.

Sul piano funzionale il malato è completamente dipendente.
La malattia, da ultimo, confina il malato a letto. La morte sopraggiunge per le complicanze dell’allettamento. La più comune delle quali è la polmonite.

Malattie che possono essere confuse con la demenze

Ci sono due condizioni che, pur manifestandosi con disturbi molti simili a quelli demenziali, vanno riconosciute come malattie a sé stanti: la depressione e il delirium. Che richiedono un trattamento farmacologico specifico.

Il Delirium è uno stato di confusione mentale causato da gravi malattie. Quali meningiti o altre infezioni, disturbi ormonali, malattie polmonari o cardiache, oppure da intossicazioni farmacologiche. Si differenzia dalla demenza perché non si manifesta gradualmente, come quest’ultima, ma all’improvviso.

La cura farmacologica

Al momento non vi sono farmaci in grado di intervenire sulle cause della demenza. Ci sono farmaci capaci, in alcuni casi, di rallentare l’aggravamento dei sintomi. Ciò significa che nessuno di essi è in grado di modificare la progressione della malattia.

I trattamenti attualmente disponibili sono:

  • inibitori dell’acetilcolinesterasi – donepezil (Aricept® e Memac®) galantamina (Reminyl®) e rivastigmina (Exelon® e Prometax®)
  • modulatori dei recettori NMDA memantina (Ebixa®) agiscono modificando la concentrazione nel cervello di alcune sostanze chimiche (acetilcolina e glutammato).

Per la gestione dei sintomi comportamentali della demenza è possibile ricorrere in taluni casi a trattamenti farmacologici registrati per altre malattie.
E’ il caso ad esempio degli antipsicotici (utilizzati per il trattamento di sintomi quali deliri, allucinazioni ed aggressività). Degli ipnotici (per trattare i disturbi del sonno) e degli antidepressivi .

La riabilitazione è utile ?

La questione è controversa. Non vi sono solide evidenze scientifiche che dimostrino che la riabilitazione sia in grado di migliorare i disturbi cognitivi della demenza.

Tuttavia si ritiene che essa possa contenere in alcuni casi i sintomi comportamentali. Ridurre l’impatto della malattia sul grado di autonomia del paziente.

Quali progressi sta facendo la ricerca?

Sono in fase di sviluppo molte molecole, appartenenti a classi farmacologiche diverse. Che hanno i presupposti scientifici per agire sui meccanismi molecolari della malattia. Che potrebbero modificarne la velocità di progressione.

Tra gli approcci più convincenti e in fase più avanzata di sviluppo ricordiamo:

  • trattamenti antiamiloide hanno come obiettivo la riduzione della deposizione cerebrale di amiloide
    (una sostanza coinvolta nello sviluppo della malattia di Alzheimer)
  • trattamenti neuroprotettivi si ritiene che alcuni processi quali ad esempio lo stress ossidativo (da cui
    deriva la produzione dei radicali liberi dell’ossigeno che hanno un’azione tossica sulle cellule nervose) e l’infiammazione svolgano un ruolo importante nella patogenesi della malattia. Sono in via di sviluppo molecole in grado di interferire con i meccanismi dell’ossidazione e dell’infiammazione.
  • trattamenti neuroriparativi: è dimostrato che alcune sostanze sono in grado di stimolare la proliferazione neuronale e promuovere la formazione dei circuiti nervosi. Sono allo studio alcuni fattori di crescita, il più noto dei quali è il nerve growth factor (NGF).

Questi trattamenti hanno l’obiettivo di rallentare la progressione della malattia e la conversione dalle fasi lievi alle fasi avanzate di malattia. Sono già in studio in via sperimentale.

Farmaci in grado di agire nei soggetti sani a rischio di sviluppare la malattia sono nelle primissime fasi di sperimentazione.

La prevenzione delle demenze

Il cervello ha a disposizione alcuni strumenti per difendersi dalle malattie associate all’invecchiamento.

Il numero delle cellule cerebrali è di gran lunga superiore a quello necessario allo svolgimento delle sue diverse funzioni. Molte cellule sono “di riserva” e possono prendere il posto di quelle che muoiono, lasciando immodificata la funzione. Maggiori sono le cellule di scorta, maggiore è il danno che il cervello riesce a sopportare senza che compaiano manifestazioni cliniche.

In numero di neuroni e di sinapsi è influenzata soprattutto da fattori genetici e da fattori ambientali che intervengono prima della nascita. Durante lo sviluppo del cervello nel grembo materno.

Fino a tempi relativamente recenti si riteneva che alla fine dell’età dello sviluppo il cervello diventasse una struttura rigida e immodificabile.

Oggi, al contrario, sappiamo che gli stimoli ambientali sono determinanti nel continuare a modellare il cervello, che conserva la capacità di modificarsi.

Pertanto, a qualsiasi età, l’esercizio e gli stimoli cognitivi, come una vera e propria ginnastica, possono “rimodellare” il cervello creando nuovi circuiti grazie alla possibilità di stabilire nuove connessioni tra di essi (sinaptogenesi).

Il cervello si rigenera anche negli adulti

Inoltre nel 1999 due scienziati dell’Università di Princeton (USA) pubblicano sulla rivista “Science” una scoperta rivoluzionaria.

Anche se in misura limitata, il cervello continua a rigenerarsi anche nella vita adulta. Alcune cellule “neonate” vengono generate in zone profonde del cervello e migrano  verso la superficie, cioè verso la corteccia sede delle funzioni intellettive. Nel viaggio maturano e, giunte a destinazione, creano nuove connessioni.

Questi processi permettono al cervello di proteggersi grazie a stimoli ambientali favorevoli (fattori protettivi). Che intervengono durante tutto l’arco della vita.

Nasce l’idea di invecchiamento cerebrale non come un processo a senso unico, ma come il risultato di un delicato equilibrio.

Su un piatto della bilancia i fattori che possono potenziare il cervello, i fattori protettivi. Sull’altro piatto le fonti di danno cerebrale e i relativi fattori di rischio (vedi immagine). L’invecchiamento normale deriva da una favorevole interazione tra questi fattori. Quello associato a decadimento cognitivo da una sfavorevole interazione tra i medesimi.

Lo stile di vita può influire sul rischio di demenza?

Alcuni fattori di rischio del decadimento mentale, purtroppo, non sono modificabili.

Ad esempio, non si può influire sul principale fattore di rischio di demenza: l’invecchiamento. Si può ritardare l’invecchiamento ma non eliminarlo.

Anche la predisposizione genetica a sviluppare demenza costituisce un fattore di rischio non modificabile.

Abbiamo però visto che i fattori genetici sono condizioni importanti ma non sufficienti. Essi interagiscono con altri fattori ambientali che sono invece modificabili con lo stile di vita.

In questa prospettiva si colloca la sfida della medicina preventiva. Educare ad uno stile di vita che riduca il rischio di malattia, intervenendo sui fattori di rischio e potenziando i fattori protettivi.

Quali norme comportamentali è opportuno seguire?

Non sottovalutare i fattori di rischio vascolare. E’ noto da tempo che l’ipertensione arteriosa, l’elevato tasso di colesterolo nel sangue, l’obesità, il diabete, alcune malattie cardiache sono responsabili delle malattie vascolari come l’ictus e l’infarto cardiaco.

Tali condizioni sono denominate fattori di rischio vascolare poiché predispongono all’ischemia.
Ovvero alla graduale chiusura delle arterie che portano sangue ed ossigeno ai tessuti. In questo modo le cellule, incluse quelle del cervello, vengono irreparabilmente danneggiate.

E’ stato dimostrato che tali condizioni si associano anche ad un aumentato rischio di sviluppare demenza. Soprattutto di tipo vascolare, ma anche di tipo degenerativo come la malattia di Alzheimer.

Tali condizioni, molto frequenti nella popolazione, sono curabili e spesso prevenibili con un adeguato stile di vita. Purtroppo questo non sempre avviene.

Adottare uno stile di vita sano, con particolare riguardo alla condotta alimentare e alla regolare attività fisica.

Si ritiene, inoltre, che alcuni componenti della nostra alimentazione ci proteggano. Altri, invece, ci espongano ad un rischio maggiore di andare incontro a decadimento cognitivo.

Il colesterolo legato alle lipoproteine LDL è dannoso, poichè tende a depositarsi sulle arterie. Mentre quello legato alle HDL non lo è, poiché queste lipoproteine rimuovono il colesterolo dalla parete arteriosa.

Vanno limitati i cibi che contengono molto colesterolo: il tuorlo d’uovo, il burro, i frutti di mare, i salumi e formaggi grassi.

Tale provvedimento potrebbe però non essere sufficiente poiché solo il 20% del colesterolo deriva dalla dieta. Mentre l’80% viene prodotto dall’organismo. E’ allora bene ricordare che anche l’esercizio fisico può svolgere un ruolo importante, poiché aumenta il colesterolo “buono” HDL.

Una dieta ricca di Pesce e verdure pare essere protettiva per il cervello.

L’alcol invece è dannoso per il cervello. Uno-due bicchieri di vino rosso al giorno potrebbero, invece, proteggere dal decadimento cognitivo. Il vino rosso contiene, infatti, sostanze antiossidanti, che si ritiene rallentino l’invecchiamento cellulare e migliorino la funzionalità vascolare.

Un esercizio fisico adeguato ha un ruolo protettivo sul declino intellettivo nella popolazione anziana e sul rischio di demenza.

L’esercizio mentale

Anche un continuo esercizio mentale ha una funzione protettiva sull’invecchiamento del cervello e sullo sviluppo delle demenze.
Non esiste un’età oltre la quale l’esercizio mentale cessa di svolgere il proprio ruolo protettivo. Globalmente si può affermare che uno stile di vita particolarmente attivo e socialmente integrato protegge dalla demenza.

Il fumo di sigaretta è uno dei principali fattori di rischio vascolare ed è nocivo per la salute. Esso si associa, inoltre, ad un aumentato rischio di demenza.

Anche lo stress, l’uso di sostanze stupefacenti e l’eccesso di farmaci sono associati all’insorgere della demenza.

In conclusione una vita sana protegge il nostro cervello dall’invecchiamento e previene l’insorgenza delle demenze.


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